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Dialetto Tabarchino

Il dialetto tabarchino (in ligure tabarchin) è una variante del dialetto genovese antico, oggi parlato quasi esclusivamente nelle due isole principali che compongono l’arcipelago del Sulcis, a sud-ovest della Sardegna; e più precisamente nel comune di Carloforte, situato nell’isola di San Pietro, e nel comune di Calasetta, a nord-ovest dell’isola di Sant’Antioco.
Trapiantato nel meridione dell’isola intorno al XVIII secolo – in seguito al trasferimento nell’arcipelago sulcitano di una comunità di Pegli, oggi quartiere di Genova, emigrata precedentemente nell’isola di Tabarca, facente parte dell’odierna Tunisia –, in base ad alcune ricerche locali, il dialetto tabarchino è tuttora fluentemente parlato da più dell’80% di carlofortini e calasettani, su una popolazione complessiva di circa diecimila abitanti.

La Regione Autonoma della Sardegna, al contrario dello Stato italiano che non riconosce i dialetti liguri come lingue minoritarie, attribuisce al dialetto tabarchino – così come al catalano di Alghero e alle parlate alloglotte (gallurese e sassarese) – la stessa rilevanza culturale e linguistica che assegna alle due macro-varianti che compongono la lingua sarda (logudorese e campidanese).

Il dialetto tabarchino è infatti tutelato e riconosciuto giuridicamente dalla Legge Regionale n. 26 del 15 ottobre 1997 (art. 2, comma 4) sulla “ Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna ”; e il suo utilizzo è ufficiosamente previsto sia nelle attività didattiche locali che nelle sedute dei Consigli comunali di Carloforte e Calasetta.

Proverbi e modi di dire in dialetto tabarchino

E persun-e nu se mezuan a pòrmi
(Le persone non si misurano a palmi)

U Segnun u nu pòghe sulu àu sabbu
(Il Signore non paga solo il sabato)

Ligò l’òze dunde ö u padrun
(Legare l’asino dove dice il padrone)

Galline che nu raspe a l’ha zà raspàu
(Gallina che non razzola, ha già razzolato)

Chi è fràidu de man l’è còdu de cö
(Chi è freddo di mani è caldo di cuore)

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